LE PAROLE DI OGGI

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C’è una luce nuova che comincia a fare capolino in questi primi giorni di inverno.

Inverno, oramai, è diventata una parola della memoria. Fa già troppo caldo per essere  metà gennaio.

Manca la morsa stretta del freddo che ti vuole suo, manca quell’abbraccio di ghiaccio dal quale è impossibile divincolarsi.

Manca la forza tutta maschia di una stagione difficile che poi è storia di femmine, la primavera e l’estate sono donna, non uomo.

Mi manca questo maschio forte e, a volte, prepotente.

Sfioravo con lo sguardo il mare, poco fa. Imponente e tranquillo, appoggiato come un gatto su Molo Audace, mollemente adagiato, senza un guizzo.

Il bagliore cristallino di questa giornata di bora prendeva la rincorsa a specchiarsi sui flutti distesi ed era tutto uno scintillio di luce.

Al cospetto di questa immagine meravigliosa, potente e tranquilla, gioiosa e malinconica, è emersa la parola “dentro”.

Sentire. Dentro.

Vedere. Dentro.

Amare. Dentro.

Anche ballare il tango. Dentro.

Intimismo assoluto. Riservato come un petalo di rosa. Delicato e sottile.

Oggi va così.

Paradita

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ESSER-CI

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Ti trovi, all’improvviso, dentro a un vicolo buio, illuminato solo dalla tremolante luce di un lampione. Sei solo e ti senti in trappola. Desiderio di fuga senza una via per farlo.

Il cuore aumenta i battiti nel petto, lo stomaco, improvvisamente si chiude e riversa liquido bruciante nelle viscere, mentre l’adrenalina ti fa salire la pressione. E’ la paura, la più grande emozione dell’uomo. Forse più grande dell’amore.

Paura. Cinque lettere che infiammano l’anima. Paura evoca quasi sempre dolore.

Binomio mefistofelico, carico di  promesse. Quando, nella laguna dell’atarassia, l’essere cerca di trovare uno stimolo per esistere o sentirsi esistente, la paura e il dolore sono la sola cura possibile.

Le emozioni positive, in certi stati alterati di coscienza, si appannano perdendo la loro funzione. Ecco che, solo un’emozione cieca e sorda come la paura ha la capacità del risveglio.

Il dolore esistenziale può essere sedato dalla ragione. La ragione chiede un atto di volontà per essere attivata. La volontà sublima in particelle di atti mancati, sotto la spinta del buio della coscienza.

Non resta che la paura. Essenza primordiale della sensazione di vita. Paura di perdere qualcosa, paura di perdere se stessi. Dolore della mancanza, dolore della privazione. Dolore per il dolore.

Essenza che si manifesta nella nostra condizione di “esser – ci” che ci permette la visione del mondo. Ma, questo esserci si lega a un fattore che ci determina che è la nostra finitezza, la conclusione, il limite, ovvero la morte.

E’ lei che definisce lo scenario esistenziale, il perimetro nel quale viviamo, il nostro recinto. Tutto ha una fine, un limite, una soglia e una conclusione.

Questa visione dell’uomo nel mondo permette di stare nell'”esser-ci” in modo distaccato, volendo, spettatore di ciò che diviene per completare il suo limite finale.

Questa lettura rende il mondo con le sue esperienze, in qualche modo più soavi, poiché, nella finitezza del nostro assoluto “a tempo”, dove il “tempo – di fatto – è solo costruzione mentale, categoria,  possiamo limitarci ad osservare il percorso, isolando il nostro esserci in una dimensione dell’Io a cui dedicare osservazione e ricerca. Nulla più.

Oggi va così.

Paradita

Grazie all’amico Paolo P. per la suggestione che mi ha inviato.

 

 

 

 

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UNA SPECIALE POZIONE ALCHEMICA.

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Quale è il confine, se c’è, tra ciò che comunemente definiamo amicizia e il sentimento dell’amore.

Ci ho pensato molto spesso, rendendomi conto che, nella mia vita, tutti coloro che sono stati Amori, sono sempre stati anche amici. E, in minor misura, sicuramente anche il contrario.

Gli Amici si contano sulle dita di una sola mano, almeno per me. Non sono tra coloro che portano avanti nel tempo frequentazioni dall’infanzia. Sarà per il mio vissuto, anni trascorsi tra l’Africa e l’Iran che – ahimè – mi hanno separato dai primi amici e amiche. Ma tant’è.

Le mie radici storiche, il lascito esistenziale di tutte le “me” che sono stata, restano appannaggio di pochissimi eletti, che, straordinariamente, pur da lontano, continuano a seguire le mie orme, fedeli. Amici di sempre.

Poi c’è il mondo delle scelte e delle scoperte di quella svariata e multiforme umanità che mi ha sfiorato, che ho cercato, che ho casualmente incontrato. Donne e uomini straordinari.

Come si diventa Amici, quale è quella sottile alchimia che fa sublimare la pozione che da una semplice conoscenza modifica le sue molecole a diventare parte di noi, specchio, croce e delizia delle nostre esistenze?

Mi piacerebbe scoprirlo.

L’età mi ha dotata di una certa spudoratezza che consiste nell’essere quella che sono, nel dire quello che penso, nel non avere paura delle conseguenze, men che meno dei giudizi. In questo panorama non semplice, mi si definisce “donna alfa”, ho avuto il dono, l’onore, la grazia di incontrare Anime che hanno scelto di starmi vicino. Amici che, di me, prendono il pacchetto completo, senza sconti, senza scuse.

Come si fa a scindere amicizia da amore? Come è possibile non provare riconoscenza per coloro che, indomiti e indomabili, non si rassegnano all’evidenza di un carattere a volte spinoso e difficile ma scelgono di “stare, di esserci”?

Quando si entra in una tale empatia, in una confidenza senza limite, in un tu ed io fusi insieme, come si può lasciare fuori l’amore?

Forse sono domande inutili, bisogno esclusivo di categorizzare, di mettere in una scatola sentimenti e legami che non hanno bisogno di essere catalogati.

Allora benedico l’Universo di aver raggiunto questa età della “ragione pura” che mi autorizza a circondarmi di chi ho di più caro, in un vortice di Amore che tutto colora e riscalda.

Amiche e Amici, siete il mio dono più prezioso. Finalmente l’ho capito.

Paradita

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NOVEMBRE.

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Non ce la faccio, non riesco a trovare un buon motivo per farmi piacere il mese di novembre.

Non mi è mai accaduto nulla di bello, a novembre. Non mi sono innamorata, non ho fatto un bel viaggio, forse, ma il beneficio è troppo irrisorio, ho partecipato a una maratona di tango, ma era a metà mese. L’aspettativa di andare mi ha fatto arrivarci serena poi… una discesa senza fine.

Non mi piace novembre, non mi piace.

La sola cosa bella che ci trovo sono le sfumature cromatiche degli alberi che regalano meravigliose gradazioni di colori caldi, anche dentro la nebbia.

Ecco, la nebbia. Dove vivo, fortunatamente, è più una foschia densa, e si presenta in quelle giornate dove, d’estate, ci sarebbe il sole. Uniamo gli elementi: i colori, la luce troppo bassa sull’orizzonte e fioca ed ecco che il quadro è completo. Sì, funzionerebbe perfettamente per un quadro o per un’immagine fotografica. Non sul mio umore.

Ondeggio come una foglia accartocciata, in quell’attimo infinitesimale in cui, dall’agonia, passa alla morte, che celebra con il più bello dei suoi voli, anche se, in verità, si tratta della prima e ultima caduta.

Novembre mi deprime.

Il corpo si ribella, fastidioso pure lui. Un arto si contrae oltre il necessario, procurandomi fitte perduranti di dolore. Lo ha fatto apposta, almeno avrò un motivo ragionevole per cui lamentarmi.

Passano sulla pelle tutti i fallimenti e mi guardano, sghignazzando, prima di infilarsi, subdoli, nella trama del mio cervello.

Cerco di strapparli dalla pelle prima che  sfuggano, ma sono così viscidi che mi scivolano dalle mani.

Novembre. Perché sei il numero 11 del calendario? Perché non facciamo un salto gaio al 12 e festa finita, anzi, che festa sia.

Umore di melma lagunare, puzzolente di alghe putrefatte e zolfo.

Novembre, adesso ti colori pure di un cazzo di “black Friday” che, se era possibile, ti ha reso più odioso ancora.

Novembre è una scusa. Il mese che ti permette di essere la schifezza di te stesso.

Paradita

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COME L’ACQUA

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Come l’acqua, ripete spesso un mio amico, diventa come l’acqua. Scorri, scivola, vai via fluida, prendi la forma del contenitore, distenditi completamente sulla terra.

Questo assecondare, non è mascherarsi. E’, più semplicemente, essere essenza, essere presenti a quanto il reale di quell’attimo ti mette dinnanzi.

Acqua non conosce paura, non si pone limiti, è semplicemente materia che, per sua natura, si adatta senza finzione né maschera.

Cambiamento.

Disgiungere la massa critica di pensieri dubbiosi, di reticenze e accoglierlo in tutte le sue varianti.

Ascolto.

A volte la voce donerà note suadenti, a volte ruvidi scricchiolii rochi. Eppure bisogna ascoltare e non distogliersi.

Credo ci sia una profonda divergenza tra la sensibilità maschile e quella femminile. La prima appare più lineare, meno contorta, o, semplicemente, più ingenua.

Il momento presente è inevitabile e, come tale, va vissuto.

Vasi di Pandora che si scoperchiano non dandoti il tempo di guardarci dentro, anche se non pensavi per un solo attimo di farlo perché il contenuto è già riverso a terra.

E’ il divenire, parola magica, superba per certi aspetti e molto sfidante.

L’acqua può cristallizzare e farsi ghiaccio perdendo la sua essenza di fluidità, così come sublimare e trasformarsi in materia altra. In una nuova dimensione da esplorare, con interessanti punti di vista da cogliere.

Tremante, ma sono qui. E mi sto preparando.

Paradita

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LA FORZA DELLA FRAGILITA’

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Una riflessione di Patrizia Pedrini letta su Fb a proposito della fragilità e, a corolla, le sinapsi si accendono e inizio a pensare.

Non so, non mi fido poi troppo dei famosi “Trova la forza in te stesso”, “Fai tutto da te”, “Non dipendere da nessuno”. Non che non siano una lezione importante sotto moltissimi rispetti, soprattutto in circostanze sgradevoli. Poi però mi guardo dentro, e intorno, e non posso fare a meno di vedere un’umanità segreta che, più o meno silenziosamente, attende qualcuno che se la prenda a cuore e le dia una ragione per tirar fuori tutto ciò a cui realmente è destinata, tutto ciò che la rende felice, tutto ciò che, nel senso più nobile e pulito, la esalta. La fragilità, per come la vedo io, è un grandissimo dono di tutti, da amare e proteggere. Ed è proprio lei, la fragilità, la fragilità di tutti noi, ciò che rende in ultima analisi possibile l’aiuto vicendevole, il bene reciproco, l’autentico incontro e, almeno per quanto mi riguarda, la bellezza stessa del mondo”.

Penso a chi sono diventata e come. Quali sfumature sono giunte, ai colori che mi hanno arricchito e a quelli che ho perso.

“Fragilità”, sicuramente mi appartiene, forse più di quanto non sia disposta ad ammettere. E’ la prima volta che mi soffermo ad analizzarne il significato, il modo in cui risuona dentro di me.

Fragile: accosto il significato a una sfumatura di dolce e  di tenero. Ed ecco che percepisco, immediata, la contraddizione: più cresce la fragilità, più aumenta la resilienza, richiamando forza, indipendenza, autonomia, capacità di autogestione.

Il fragile che, al mondo, appare quello forte, il guerriero, il maestro, il motivatore. Il coraggio che deve indossare per sopravvivere a se stesso, diventa l’abito che lo presenta al mondo.

Contraddizioni, ambiguità e molta difficoltà a trovare il centro di se stesso e, soprattutto, il senso. Quella ragione di vivere che è il motore, l’essenza e la sostanza.

Non so dire, come l’amica Patrizia, se la fragilità, “… renda la bellezza stessa del mondo”. Di certo, ne rende la lettura più complessa ed affasciante. Un libro da interpretare e da scoprire.

E ho capito che è giunto il momento di togliere l’armatura, accettando la propria umanità debole e sbagliata, ma non per questo meno degna di altre.

Paradita

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SERA D’AUTUNNO

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Una sera d’autunno che racconta di profumi che non sentivo da troppo tempo.

Odore di mosti che fermentano in cantina, sentore acre e pungente di muffa, una sensazione  verde porta con sé un richiamo quasi ancestrale e ricongiunge alla terra, alla grande Madre, all’origine.

Ci sono sere in cui vorrei essere una zolla fertile e ricoperta di muschio, umida e profumata di bosco.

Cerco il silenzio per mettere a tacere le voci che urlano, sguaiate, dentro di me.

La notte d’autunno, arriva con il suo mantello opaco.

Mi lascio prendere, sperando che la quiete che l’accompagna, diventi il dolce battere di un pianoforte, lì, dove il mio sentire è più sensibile.

Ci sono notti che profumano. Di ricordi. E ti sembra che la vita che ti è stata data in dono, non ti appartenga più perché, adesso lo sai, ti è scivolata dalle mani e non te ne sei resa conto.

Essere zolla. Immobile. Presente e trascendente.

Adesso ho capito cosa mi porta il mantello della notte di ottobre. Lascio andare il mio sentore di terra e di muschio. E da zolla divento l’aria profumata della pioggia.

E inondo la terra. Dentro me.

Paradita

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