SEI QUI

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Ricordo quella seduta di gruppo nella quale, dopo la lettura di un mio verbale, mi venisti vicino dicendomi “Ho una cosa da proporti” ed io, curiosa come non mai, aspettavo che l’incontro finisse per ascoltare quello che avevi da offrirmi.

“Scrivi per questo bimestrale, io lo faccio da anni. Alla redazione siamo tutti amici, è un bellissimo momento di scambio, tu potresti farne parte”. Mi scrutasti con i tuoi occhi di ghiaccio caldo, il volto segnato da solchi profondi che raccontavano di una vita spesa al limite.

Ti ho guardato basita, emozionata per una proposta che non pensavo di meritare, scrivere per una rivista, un onore per me, la realizzazione di un sogno.

“Perché io?” ti chiesi, mi rispondesti nel tuo modo schietto “mi piacciono i tuoi verbali, voglio leggere altre cose tue”. Arrossii.

Arrivò il giorno in cui mi comunicasti l’argomento su cui lavorare.

Ricordo che al primo articolo non centrai il bersaglio, nel senso che non scrissi di me, lo feci in terza persona e non era questo il modo giusto. Con il tuo fare diretto mi dicesti di riprovarci. Lo feci con l’idea che, probabilmente, non ci avrei azzeccato nemmeno questa volta, ma non andò così.

Il pezzo piacque alla redazione che mi diede il più caloroso benvenuto pubblicandolo in prima pagina.

Sei venuto da me per dirmelo con uno sguardo così espressivo da far sembrare impossibile che un’iride tanto trasparente potesse farsi fiamma. Ma non erano i tuoi occhi a bruciare, eri tu, il fuoco, il caos, la vibrazione incontrollata, il pensiero. Un uomo straordinario che non sapeva di esserlo.

Sono stati mesi dolci di parole, di immagini da raccontare, di incontri estivi di redazione nel giardino o nella piazzetta della Città Vecchia, tutti insieme, legati da vite dai colori tanto diversi ma accomunate da un filo invisibile di fragilità, di umanità.

Ho continuato con gli articoli, sono uscita dal buco nero in cui stavo quando ci siamo incontrati. Le parole sono diventate più morbide, la luce più delicata, soffusa.

Scrivo anche adesso perché te lo devo, perché con quella tua domanda di un anno fa, mi hai regalato una gioia che mi era lontana.

Le tue parole mi mancano, mancano a tutti noi.

Anche ora, in questo preciso momento, è come se mi fossi accanto e leggessi insieme a me questo nostro ricordo, vedo le tue mani consumate in eterno movimento, la tua pelle incisa dal tempo, percepisco quel tuo odore di sigaretta che ti accompagnava sempre.

Ci sei ancora. Tornano le tue parole e le tue risate.

Le mani tremanti dall’emozione quando non ti sentivi abbastanza e arrossivi dall’imbarazzo quando ti facevo i complimenti per quanto scrivevi. Mi guardavi paonazzo, per un attimo senza parole e poi scoppiavamo a ridere insieme.

Sono stati momenti, ma la vita vive dentro a questi attimi e lì incide ricordi e emozioni che resteranno per sempre.

Sei qui, nella trama ancora da scrivere, nelle parole ancora da dire, sei qui.

Paradita

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Sit tibi terra levis

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E’ una bella giornata ventosa, oggi. Tipicamente triestina. Il cielo fortemente azzurro, pennellato qua e là dei filamenti biancastri dei cirri. La bora canta, danzando con le foglie nella sua festa autunnale.

Ci sarebbe di che essere felici,  rannicchiati dentro al proprio piumino, con il berretto ben calato sulla fronte a godersi le raffiche pungenti.

 

Ieri ho pianto a lungo.

Oggi ho fatto pace con il dolore e l’Anima prova una strana leggerezza .

E’ difficile comprendere, per quelli che restano, l’atto di libertà estremo.

E’ difficile ma bisogna accettarlo.

Un caro Amico ha portato il suo sguardo di giada lontano da questo mondo, lontano dal suo mal di vivere, lontano da ciò che non riusciva più a sostenere. Ha scelto di andarsene nella Natura, donando il suo corpo al Carso, agli alberi che curava, alla macchia di sommaco, ai muschi.

Lo immagino finalmente libero. Ed è così che lo voglio ricordare.

Buon viaggio, ovunque tu sia.

Paradita

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LA POTENZA DI ESISTERE (cit.)

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Come è difficile scrivere queste parole, oggi. Forse sarebbe più opportuno stare in silenzio. Ma non posso farlo, sento questa urgenza che preme e la assecondo.

Un amico che fa perdere le sue tracce, come se l’essenza si fosse improvvisamente dissolta in micro particelle di umidità.

Fatico ancora a credere alla notizia che mi arriva da più quotidiani e che ho potuto verificare, cercando, ancora inconsapevole, l’amico scomparso.

Il canovaccio istrionico della Vita ti arriva in faccia senza preavviso.

Dopo tanto hai finalmente scollinato lontano dai tuoi buchi neri e Lei viene a riprenderti per ricordarti che devi fare attenzione, la guardia non devi mollarla mai.

La Vita ti guarda ed è sempre lì, pronta a metterti alla prova.

Devo farmi coraggio, quest’oggi, per non tirare i remi in barca e rassegnarmi a questo moto ondoso fuori controllo.

Ne ho visti tanti cadere come birilli, sopraffatti dal quadro esistenziale che, dopo una vita, gli si è messo a nudo dinnanzi agli occhi.

La potenza della verità può essere insostenibile se la forza origina da comportamenti atti esclusivamente a placare il dolore, non a sedimentarlo, non ad analizzarlo, non a viverlo fino in fondo.

Il male passa, così come passa il bene.

Oggi è una giornata di dolore, una giornata cupa perché le storie di vita raccontano, come in un triste ritornello, che illudersi non basta e scappare non è mai la soluzione.

Prendo lo specchio e osservo le rughe che mi segnano il volto, vedo gli anni che hanno scolpito il loro passaggio su di me e mi rendo conto, forse per la prima volta, che vivere è solo un atto di coraggio.

Adesso ho la volontà per resistere e il desiderio di farlo. Scappare non è ammesso e nemmeno nascondersi. Si deve guardare quello che c’è, quello che si è.

Il Gioco è questo.

Ringrazio quella me che non parla quasi mai ma che al momento giusto si è sempre fatta sentire, raccontandomi che domani sarà una giornata migliore.

Paradita

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La potenza di esistere

 

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CUORE PREZIOSO DEL CARSO.

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E’ una terra dura, aspra e forte. Come i suoi abitanti. Poche migliaia di persone che vivono sulla lingua di terra che abbraccia la città e si specchia nel Golfo di Trieste.

I “carsolini” sono gente fiera, lungamente e duramente provata dalle vicende di questo lontano lembo d’Italia. Molti di loro lavorano la terra, dedicando anima e corpo a quella terra rossa, incastonata di pietre bianche e macchia silvestre.

Hanno vita dura, come tutti i contadini, ma, forse, un po’ più dura. La terra è grassa e generosa, ma bisogna domarla e, per farlo, occorrono volontà e tenacia fuori dall’ordinario. Poi la terra è prodiga di doni, ma solo con coloro che le hanno dimostrato dedizione, rispetto e amore.

Così sono loro. Cocciuti, tenaci, duri e riservati.

Ho conosciuto da vicino una famiglia del Carso. E’ la prima volta che ciò mi accade, a testimonianza di quanto la comunità dell’altipiano triestino preferisca restare coesa all’interno di se stessa, proteggendo la sua tipicità.

I “miei” carsolini hanno regalato una lezione di vita che raramente dimenticherò.

Una famiglia che ha superato un numero notevole di prove, non perdendo mai la sua unità, anzi, uscendone di volta in volta, maggiormente coesa, solida, cementata. I problemi di una vita intrecciati come maglie di uncinetto dentro il filo del tempo.

Mai una caduta, mai un dubbio, la gestione del dolore condivisa e sopportata, come si condividono e sopportano i segni sulle mani, evidenza del lavoro nei campi.

Ho pianto ieri sera, per una commozione grandissima, dinnanzi a una famiglia che ha saputo superare con coraggio l’ennesimo ostacolo, amandosi, gli uni gli altri, se possibile, ancora di più.

Voglio trovare anche io quella terra rossa, carica di ferro, di sudore, di zolle durissime da arare ma così generosa nei suoi doni.

Intanto la lezione di vita è con me.

Imparare a trasformare ogni prova in una nuova occasione per crescere e per migliorarsi.

Lottare per mantenere vivo e vibrante il legame d’amore in cui si crede e in cui ci si ritrova.

Avere coscienza che l’amore coniugale, filiale, amicale o altro è sempre frutto di un grande lavoro e di una grande volontà di non arrendersi.

Grazie mie foglie di sommaco, mie zolle rosse, mie pietre calcaree. La lezione, adesso, è dentro di me.

Paradita

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IL TAVOLINO

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Due figure scivolano veloci nella penombra di una sala. Le osservo dal mio tavolino discosto, lontano dal chiacchiericcio del bancone del bar, lontano dagli sguardi. Preferisco osservare che essere vista.

L’atmosfera è densa quasi calda. La luce giallognola accompagna la melodia di un tango avvolgendone le note. Dinnanzi a me sguardi sognanti, occhi chiusi, abbracci accorati, disinvolti o rapiti. Magia della milonga. Cocktail di corpi e di vite, insieme per istanti a toccarsi poi, il nulla.

Ripenso al nostro ultimo abbraccio. Così intenso, pregno di noi, del sudore mescolato ai nostri profumi. Ho amato ogni movimento che abbiamo fatto insieme, come fossimo nati dalle mani dello stesso liutaio. Ero parte di te, il mio corpo suonava sul tuo.

Ho messo tutto quello che avevo dentro questo sogno liquido, che prendeva forma in ogni recipiente in cui abbiamo versato la nostra essenza.

Accanto a me una sedia vuota, tu sei altrove, a sublimare una ricerca che non troverà mai soluzione.

Ho creduto fosse amore. Ho frainteso il significato che avevo letto nei tuoi occhi. Era solo il riflesso della luna di settembre.

Paradita

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SULL’AMICIZIA

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Mi piace pensare a questa nostra vita come a un lungo (speriamo) viaggio in cui sperimentiamo conoscenza, arricchiamo il nostro bagaglio, scambiamo i nostri doni e rendiamo la nostra vita più interessante e colorata.

Il viaggio è per forza solitario: nasciamo, viviamo e moriamo da soli. Però, nel frattempo, possiamo condividere lo spazio/tempo con altre anime come noi.

La vita senza amici è quasi impossibile da immaginare. Mi crea strazio al solo pensiero, mi rimanda in faccia la solitudine cosmica, il vuoto, l’assenza.

Ho la fortuna di avere degli amici che prendono di me il “pacchetto completo” con i miei pro ma, soprattutto, con i miei contro che sono tanti e fastidiosi.

Ho un’amica che mi è cara come una sorella e qualche amico con il quale ho percorso tratti di vita, ho condiviso esperienze, anche amore – in verità-  e che è sempre rimasto amico, nonostante tutto.

Il tema è questo: restare “nonostante tutto”.

Io non sono una che resta nei termini di presenza, ma il mio cuore resta, tanto che, chi ha voglia di capire realmente chi sono, lo sa. A distanza di anni e silenzi, quando la persona chiama, io rispondo e “ci sono”.

Non va bene però, me ne rendo conto. Perché è un po’ come lasciare un giardino infestarsi di erbacce, perdere la sua primavera e il suo inverno, perdere la sua vita.

Dovrò imparare ad esserci di più, più spesso.

Noto che le donne che mi sono passate vicino e che mi hanno donato la loro amicizia “nonostante tutto”, sono capaci di tornare di riavvicinarsi e di sopportare il mio carattere ostile.

Gli amici maschi, specie le amicizie recenti, invece, scompaiono.

Si va via per diverse ragioni, per nuovi interessi, per perdita di interesse, per aspettative rimaste inattese, si va, ci si allontana come se, tutto il tempo dell’amicizia, fosse evaporato nel nulla.

Adesso vivo questa situazione con dispiacere che un tempo non provavo.

Come affermano gli amici di un gruppo che frequento, quando ci si scambiano confidenze, emozioni, pensieri, vita, è come donare all’altro un tesoro, il proprio tesoro.

L’improvvisa sparizione dell’amico/confidente è come il tradimento di un patto di intimità e di condivisione: fa male, ci si sente, improvvisamente, abbandonati, buttati via.

Allora mi ripeto che è tutta una grandissima illusione. Uno scambio basato solo sull’interesse, un momento in cui si usa chi c’è a proprio beneficio perché fa comodo,  nel limite di un baratto che conviene sempre di più a una sola delle due parti in causa.

Amicizia 2.0.

Paradita

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ESTATE.

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Ci sono domeniche d’estate che i pensieri corrono con ali di farfalla accarezzando le onde del tuo mare.

Fa caldo e il sole brucia sulla mia pelle biancastra, sono al mare da sola, come amo fare da sempre. Non cerco parole da scambiare, mi basta il respiro del mare, lo stridio dei gabbiani, quella lieve bava di vento. Respiro così, finalmente libera da quei pensieri pesanti, impestati di fuliggine che creo durante la settimana. E’ questo il potere di Natura, pulire, rinfrescare, ossigenare.

L’ipod mi propone una scelta musicale di quelle che ti rilassi o ti butti a mare con un masso sul collo. Scelgo la prima opzione.

Mi guardo intorno.

Giovani, coppie di tutte le età, gruppi, famigliole. La spiaggia mi piace perché, magia del luogo, siamo in tanti ma ognuno gode di un suo spazio personale. Mi distendo e osservo i corpi  svestiti di chi ho intorno.

Una coppia attempata, lei sulla sdraio, lui a terra, asciugamano e sassi, senza un cuscinetto a salvargli la schiena. Stanno così. Lei mi guarda insistentemente, forse le suona strano il mio Kufi bianco, quello che usano gli uomini musulmani quando pregano. A me piaceva, l’ho comprato a Francoforte da un arabo che ha molto apprezzato il gesto.

L’uomo l’aiuta a raggiungere l’acqua e a risalire, quasi un fedele servitore che a servizio concluso si rimette a terra, ai suoi piedi. Guardo i corpi, osservo il lento e inesorabile logorio del tempo, quasi a divorare giovinezza giorno dopo giorno, e con questi occhiali, vedo anche me.

Ripenso a tutte le età della donna, a quanti orologi biologici scandiscono la nostra vita, a come li viviamo, a quanto riescono a renderci felici o disperate. Per l’uomo la vita è più semplice, perde i capelli e la barba diventa bianca, così come i peli del corpo, il ventre ingrandisce a volte a dismisura. Poca cosa rispetto a quello che accade a noi.

Sempre più violento diventa l’appello alla giovinezza, alla bellezza, alla fama, all’esibizione ostentata di sé. Così fan tutte per cercare di combattere il mostro cattivo, il demonio distruttore del Tempo.

Ho spento l’Ipod, raccolto le mie cose e sono andata via sul flusso di alta marea.

Paradita

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