SENTI MAAAAA…

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Ieri, a bruciapelo, mi viene chiesto: “Tu cosa vuoi per la tua vita?”

Una domanda dal sapore semplice ma dal significato profondissimo, tanto che qualcosa mi ha profondamente turbato.

Ho trascorso la notte insonne.

L’equilibrio apparente ha cambiato nuovamente forma e all’interno riappare il caos.

Resto incredula di quanto la logica disarmante di una semplice domanda possa procurarmi tanto disagio.

L’ho capito stamattina, lavandomi i denti – che è un’operazione che porta sempre a una qualche illuminazione, non ci ho dormito perché non ho la risposta.

Ma come è possibile non sapere cosa si vuole per sé e per la propria vita? Eppure non lo so. Non ho la risposta. E il dramma è che non so dove andare a cercarla.

Oggi è venerdì e tutto va bene.

Paradita.

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QUEL GIOCOSO PING PONG TRA BAMBINO ADULTO E GENITORE

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C’è che a me, come a tutti i discoli distratti, serve una punizione, di tanto in tanto, per rimettermi in carreggiata. Con questo intendo che, il fenomeno di distrazione che mi sono auto procurata con l’uso e l’abuso – soprattutto l’abuso – di FB, mi ha letteralmente “piallato la mente”. Insomma, ero come l’automa di me stessa, una specie di alcolista da pixel, che è una cosa brutta brutta, da non augurare a nessuno.

Se non lo sapete già, dall’alcolismo non si guarisce, si può curare, ma, per farlo, è necessario non fare uso della “sostanza”, dell’alcol. Per sempre. Sticazzi.

Traslo questo concetto sulla dipendenza, lo è a tutti gli effetti, dai social: ti ammali, ne diventi dipendente e uscirne non è facile, ma, soprattutto se ti senti “guarito” e ci ritorni, dopo poco pochissimo tempo sei di nuovo dentro la spirale della dipendenza da like.

Attenzione, quindi. Lo dico a me stessa, ovviamente. Voi, pensateci su.

Ciò detto, nel mio breve periodo di rehab, ho – FINALMENTE! – messo mano a libri che, da troppo tempo, stavano a prendere la polvere. Lo confesso, odio fare la polvere.

Sono partita da un delizioso saggio di G. C. Giacobbe dal titolo “Alla ricerca delle coccole perdute“, dono della mia cara amica che, vedendomi depressa causa allontanamento dalla mia droga virtuale, dai miei fittizi abbracci, dalle paroline affettuose, ha ritenuto utile distrarre la mia mente con pensieri creativi. Grazie Ale, come sempre ci hai visto lontano!

Adoro i saggi di psicologia, ma mi piacciono quelli “facili”, quelli divulgativi perché nulla mi è più caro che poter essere fruitrice di concetti “impegnanti”, che prevedono conoscenze che non possiedo, in modo semplice e diretto tanto da poterli comprendere pure io, una Pimpretta triestina qualunque di mezza età -e che palle con questa faccenda dell’età! 🙂

Nella nostra evoluzione psicologica attraversiamo tre fasi: bambino, adulto, genitore. Leggete il saggio che tutto vi spiega, molto meglio del riassunto che potrei farvi qui.

Orbene, rileggere la propria vita, il proprio recente passato, il presente, le relazioni, specie quelle d’amore, in quest’ottica chiamiamola “evolutiva” apre orizzonti di conoscenza inaspettati. Così scopri che, se nella vita di tutti i giorni, nella tua passione tanguera ti senti una Giaguara impenitente, quando ti innamori (ma solo se ti innamori forte), gli artigli si spezzano all’improvviso e diventi un indifeso gattino.

I gattini sono adorabili, ci mancherebbe, ma il salto comportamentale dall’una figura all’altra (dall’adulto al bambino), di certo reca scompiglio nel malcapitato che, per ragioni indecifrabili, ha deciso di perdere la vita sfidando una selvaggia felina della foresta e si ritrova invece per le mani un cucciolo indifeso e miagolante!

La vita è divertente perché non smette mai di prenderci per il culo. E questo è un assioma che pure Socrate, se fosse vivo, sarebbe d’accordo con me. Quindi, tra lacrime e sorrisi, sbucciature di ginocchia e grandi imprese, ci mette costantemente alla prova.

E, la lezione ti arriva una domenica di maggio, mentre ti dedichi alla prima tintarella, con il libercolo in questione tra le mani che ti ricorda che, nel tuo agire sociale, devi indossare tutti e tre gli abiti comportamentali, non solo quello che preferisci, il tuo adorato maculato, che, se lo fai, la vita si incasina anche peggio.

Auguri.

Paradita

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IL PIACERE E LA GIOIA DELLA MEDIOCRITA’

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In questo mondo in cui la scommessa è dimostrare a tutti di essere SUPER-uomini/donne, in cui il successo e il SENSO della propria esistenza si  misurano a badilate di “Like” sui social, esiste il momento in cui, magari con una iniziale autoflagellazione, si scopre il piacere e la gioia di sapersi dentro la fascia dei “mediocri”.

Mediocre è chi “socialmente” non esiste, chi non ha stuoli di followers adoranti, chi non spara selfie come se non ci fosse un domani, chi osserva senza magari commentare, chi ha una sua idea che resta impopolare, chi non ha la corona del successo, chi sceglie di rimanere una PERSONA.

Ho fatto il mio bagno dentro l’umiltà, scartavetrando il mio narciso che non voleva lasciare andare quell’infinitesimale molecola di “celebrità” che ero riuscita a costruire, è stata dura, non trovavo più il mio senso, il mio vessillo sgargiante da mostrare al mondo, la bella mascherina che avevo costruito di me.

Il silenzio mi ha regalato suoni nuovi, di voci intime e interiori che avevo smesso di ascoltare. Quanto è bello assaporare la solitudine, quando questa è ricca di pensieri, si colora di immaginazione e viene a trovarti quando sei stanca.

Essere persona. Amare la propria umanità piena di sbagli, piena di sofferenza, piena di sogni. Amarsi, amando la ciocca dei propri capelli che sono biondo finto e prenderla con ironia gioiosa che, tanto, nessuno è perfetto.

Smettere le vesti del supereroe, smettere di correre dietro all’illusione bastarda di guardare se stessi nel riflesso di uno schermo a pixel.

NOI SIAMO ALTROVE.

Oggi vedo  semplicemente una donna di mezza età (azz…!), non particolarmente intelligente ma nemmeno stupida, non bella ma nemmeno una cozza, senza un talento in particolare, sono nel mezzo, dove è compresa la stragrande umanità.

Finalmente non desidero più rincorrere sogni che non sono i miei, modi che non sono i miei.

Sono un essere umano felicemente, consapevolmente mediocre. E così, gioiosamente, sia.

Paradita

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QUANDO LA NEBBIA SI ALZA.

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Arriva un tempo in cui, la nebbia che ha velato il tuo sguardo, finalmente si dissipa permettendoti di intravvedere oltre.

Un panorama svelato, dopo anni di attesa, di immaginazione, di aspettative, può turbare una psiche già provata, ma tant’è. Per non vedere, per non sentire, spesso, si mettono in atto comportamenti che portano oblio, distacco, allontanamento da quel nucleo pulsante e doloroso che ci portiamo dentro.

E chi sono io per non aver agito in questo modo, per non essermi dedicata – inconsapevole –  a tutte quelle galanti manovre psicologiche atte a distogliere il mio sguardo dal luogo giusto in cui si doveva posare?

Il dolore, che si voglia o no, è parte della vita. Nel mondo ideale non esiste, ma noi siamo qui, chiusi in questa umana dimensione e lo dobbiamo sperimentare.

Cosa significa realmente “esistere” se non essere ciò che si è nella propria intima verità. La verità che dobbiamo a noi stessi e al mondo non sempre ci è gradita ma non abbiamo scampo: dobbiamo accettarla.

“Esistere in verità” significa farlo senza l’utilizzo di maschere, rappresentazioni costruite ad uso e consumo dell’altro.

Farne uso porta benefici immediatamente evidenti:

  • evita conflitti
  • promuove un’immagine sociale accettata
  • rende attrattivi verso il destinatari dei nostri comportamenti
  • ci permette di giocare con l’illusione che abbiamo creato di noi.
  • ci evita la sofferenza del contatto con il nostro vero nucleo mai improntato solo al bello e al buono.

La nebbia dissipata ha mostrato chi sono, un giovedì qualunque di un anno che definirei di merda pur sapendo che- in realtà – sarà quello della rinascita.

Al 90% sono maschera. Ho sepolto quasi subito la mia essenza da che ero bambina. Non mi conveniva mostrarmi come ero realmente perché, i genitori per primi, faticavano ad accettarmi così.

Ho iniziato con le bugie su cose piccole dapprima, solo per evitare quelle ramanzine demenziali che mi facevano. Funzionava, ci ho preso gusto. La bugia è infestante come la gramigna e, da piccole sciocche e poco importanti cose, è entrata nell’architettura profonda della mia personalità.

Ho iniziato a vivere a due binari: la maschera familiare/sociale che tutti si aspettavano da me e la vera sostanza.  Arriva il momento in cui, il limite tra i due aspetti di personalità, non è più definito ed ho perso il senso di me.

Sono verità difficilissime da raccontarsi, specie se, all’esterno, l’immagine creata funziona bene. Ad un certo punto il nucleo caldo esplode, caricato di un’energia divenuta incontrollabile.

Il “mascherato” ha bisogno dello specchio dell’altro per definire la sua esistenza, poiché, senza specchio, non può farlo, non sapendo chi è. Ha bisogno dell’altro come specchio per assumere a sé le caratteristiche migliori, i pregi, tutto ciò che, ai suoi occhi, rendono l’altro essere umano migliore, più giusto.

Capisco ora perché l’amore non ha mai baciato la mia vita, portandomi relazioni durevoli, come avrei desiderato, come l’ultima, quella su cui ho puntato tutto. Sicura, come ero, di avere incontrato la “mia persona”.

Non è possibile “incontrare” realmente nessuno se NON si è SE STESSI.

Esistere in verità significa indossare coraggiosamente la tela della propria personalità, mostrandola all’altro come un quadro prezioso. Il valore di questo quadro non è assoluto, lo è solo per il possessore – la sua unicità, ma va necessariamente condiviso, porto all’altro.

Che paura. Fragilità di cristallo, dolori sempre vividi, sogni forse irraggiungibili, quante cose di noi potremmo mostrare. Invece è più facile glissare, dissimulare, accontentarsi. Perché, se manco di verità, chi mi vede, non ha elementi per comprendere.

L’amore esiste e così pure la sana relazione. Il primo passo è amare la nostra mediocrità, amare l’incolmabile distanza che esiste tra noi e qualunque perfezione, amare la capacità di voler restare nel quadro che ci rappresenta, senza desiderare la vita degli altri o le loro qualità.

Un lavoro improbo. Si tratta di abbattere muri altissimi, credenze, illusioni eppure, lì dietro, ne sono certa, c’è il più bel paesaggio che siamo in grado di contemplare. Lì dietro, ci siamo noi.

Paradita

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FARSI DEL MALE. II°

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La straordinaria bellezza della vita regala momenti incredibili. Dopo che ti mette a faccia in giù dentro il più becero dolore, ti dona quel piccolo rimedio che ti solleva.

Un amico mi ha chiesto di scrivere, di raccontare come mi sono fatta del male. Non ci avevo mai fatto caso, prima, ignara di tutte le strategie di autodistruzione messe in atto contro di me.

Ho iniziato presto quando ho permesso ai miei giovani e impreparati genitori, di privarmi del diritto di essere bambina “Tu sei grande”, amavano ripetermi, specie mio padre, ed io, per non deluderlo, mi comportavo come se lo fossi. Ho perso quei colori delle mattane che sono concesse proprio perché è l’anagrafica che sgrava del peccato chi le compie.

Crescendo, aumentava in me la sensazione di non fare parte del tempo in cui mi trovavo, dei modi sociali di vivere e di sognare. Io ero altrove, eppure, anche allora ho dovuto adeguarmi al modello altrui, completamente distante da quello che sentivo io, che volevo io.

Ho iniziato a farmi molto male cancellando la mia fisicità che non rientrava nei canoni di un’estetica di massa che voleva le ragazze tutte uguali. Ho iniziato a eliminare me, nella mia essenza più vera, quando cercavo l’approvazione di mia madre che non arrivava. Non ero mai abbastanza per lei che mi paragonava ai pargoli delle sue amiche, sempre migliori del brutto anatroccolo che aveva in casa.

Non sono mai stata un brutto anatroccolo perché dentro ho sempre conosciuto la forza della mia diversità, di quel piacere sottile di essere un modello unico di me. Però sono caduta un sacco di volte, dapprima nella tazza di ceramica dove rigettavo la vita, poi annegando i sogni dentro il prisma opaco riflesso da una bottiglia. Ma il male peggiore che mi sono fatta, quello più difficile da identificare, è stato raccontarmi fandonie sulla mia vita, sul mio modo di condurla e su quanto provavo.

Mi sono fatta un male indicibile trascinando un matrimonio dove l’amore era solo promesso, regalando al nulla del Tempo gli anni migliori di me. Quando si impara a mentire davanti allo specchio, mentre ci guardiamo negli occhi, difficilmente sapremo uscire da quella trappola assurda o, comunque, costerà una grande fatica.

Non ho smesso di farmi male nemmeno ieri sera, programmando una mattanza di cibo che non sono stata poi capace di eliminare. Perché ho sempre fame di vita, di una vita che non so vivere con pienezza, con fierezza e sincerità.

E, mi faccio male -pur facendomi del bene- rinunciando allo scintillio delle bollicine di champagne nel mio flûte di cristallo preferito. In un brindisi alla vita che sembra non arrivare mai.

Paradita

 

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FARSI DEL MALE

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Farsi del male è quel sentiero fresco che ti accoglie in un giorno d’estate quando cerchi refrigerio alla canicola. Profuma di erba bagnata e ti offre l’ombra che cerchi per ripararti dal sole che brucia la pelle.

Farsi del male è il modo più veloce, immediato per sentirsi vivi. Perché il male, all’inizio, è molto più forte del bene, ed è molto più semplice procurarsi sensazioni dolorose, forti e intense.

Il bene osserva, silente, la battaglia umana che facciamo contro noi stessi, aspettando il suo momento per entrare nella partita. Farsi del bene, di solito arriva sempre un attimo dopo, quando male è enorme e bene deve faticare per avere il sopravvento.

Forse è solo una questione di amore. Quello che dimentichiamo di rivolgere a noi stessi, un po per distrazione, un po per noia, un po perché nessuno ci ha insegnato a farlo da subito.

Siamo esseri in costante punizione. Perciò farsi del bene è un privilegio che poche volte ci concediamo, quasi non lo meritassimo, tanto siamo imperfetti.

Poi, a ben guardare, farsi del male è solo la parte in ombra del farsi del bene. Basta riuscire a dare uno spazio piccolo a quella notte, contando i minuti che mancano all’alba.

Paradita

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NUOVO CICLO, NUOVO CAMBIAMENTO.

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Non avrei mai creduto che, effettivamente, nella vita, così come indicato da numerose discipline alternative per non dire esoteriche, esistessero dei cicli di inizio e di fine e ad essi corrispondessero cambiamenti profondi, animistici.

Ebbene, quel movimento, quella spinta, quel divenire imprescindibile sono dentro e spingono con feroce costanza, per trovare il loro spazio nella mia coscienza.

Si parla di “illuminati”. Credo che ogni essere umano possa diventarlo se e solo se si mettesse in ascolto di quella voce interiore che, in ogni istante, parla.

Se sposiamo la teoria secondo la quale l’anima si incarna, avendo precedentemente scelto un percorsa da fare in questa vita, forse, l’idea di questi cicli riesce più comprensibile.

Aggiungo che, sul farsi dell’avvicinamento alla conclusione del percorso sulla terra, il ciclo di cambiamento assume una forza, una determinazione incredibili, come a significare che il tempo, amico/nemico in questa dimensione, non dura in eterno e la possibilità di portare a compimento quanto ci si è proposti, incarnandoci, si riduce.

Si parla di Saggezza e, guarda caso, è sempre legata ad un fattore di età, di esperienza.

Quando si invecchia, se si è stati capaci di vivere in profondità le esperienze terrestri, si incrementa quella capacità di ascolto animistica che ci dirige verso la corretta direzione, quella che abbiamo scelto per noi, prima di arrivare qui.

Essere “illuminati”, saggi e pure vecchi non significa non avere dentro tutte le scorie metaboliche che la vita ci lascia attaccate addosso e che sporcano il nostro passaggio qui.  Ma l’ “illuminato”, il saggio e pure il vecchio ha maturato la capacità di rendersene conto, di percepire queste note stonate, questi elementi di disturbo e, quindi, di porvi rimedio. Non importa quale è la via che ci porta a quanto dobbiamo essere e come, essa può essere estremamente virtuosa o vergognosa, passare dalle tenebre più buie prima di vedere la luce. Non rileva.

Ascoltare  i messaggi. All’aumentare della consapevolezza del sé animistico, aumenta proporzionalmente la capacità di cogliere infiniti messaggi che arrivano cogliendo connessioni pazzesche che, prima, ci sfuggivano completamente.

Allora, benvenuto Nuovo Ciclo! Ti sei manifestato con la delicatezza di un uragano e la potenza di un petalo di rosa. Sono qui per te e ti seguo ovunque mi porterà il cuore.

Paradita

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