NARCISISMO PATOLOGICO E DONNE

I tristi fatti degli ultimi giorni mi hanno portato a una profonda riflessione sulle donne e le relazioni. Non desidero far parte del coro di voci, inutili, che offrono i più variopinti punti di vista sulla violenza verso le donne e le relazioni – evidentemente- tossiche, come fosse un thread di moda, su cui necessariamente esprimere la propria opinione.

In un mondo ideale non si dovrebbe morire per “amore”, ma in questa ingloriosa realtà, si muore – e tanto- ed è necessario indagare il perché.

Il primo errore in cui le persone “sane” cadono è il giudizio: la donna deve ribellarsi alla relazione tossica, andarsene, denunciare. Lo dite perché, appunto, siete persone relazionalmente “sane”, dotate di autostima, solide o abbastanza solide emotivamente. E poi ci sono le altre, quelle che rimangono intrappolate, dentro sabbie mobili che lentamente tolgono il respiro, e, a volte, violentemente la vita.

Quando lo conobbi credevo di vivere una fase molto serena della mia vita, avevo un fidanzato meraviglioso, innamoratissimo, dolce e gentile. Anche io lo amavo e tutto procedeva nel migliore dei modi. Almeno così credevo. 

Una voce di fondo, lamentava una mancanza, uno stimolo che non trovavo, un guizzo. Così, una sera, incontrai i suoi occhi scuri, penetranti come tizzoni che attrassero in modo irresistibile i miei. Eloquio ricco, pensieri profondi, non posso dire ci fosse altro ma era tutto ciò che la mia voce interiore chiedeva, desiderava. 

Il giorno dopo avevo già capito, un colpo di fulmine inaspettato, irresistibile con un uomo di cui mai, in altre circostanze, mi sarei accorta. 

I mesi passano fino a che, un giorno, ci risvegliamo a casa mia, nudi. Lo guardo e qualcosa dentro di me suona “stonato”, ma faccio finta di nulla.

Sono dentro questa innominabile cosa con tutta me stessa, in competizione con la donna che mi ha preceduta e che è sempre molto presente nella sua vita. Mi sentivo il brutto anatroccolo, dovevo fare l’impossibile per dimostrare quanto valessi, che donna fossi.

Nel mio caso è iniziata così, con centellinati messaggi di complimenti, sempre più rarefatti, mai una telefonata inaspettata, mai chiamate in orario di lavoro, nel fine settimana, senza la sua autorizzazione. Un palcoscenico strutturato di regole non dette ma sempre presenti, silenzi a fronte di richieste di chiarimenti, di comunicazione sana. Mai un ti voglio bene, mai sentito rivolgermi un ti amo. Mai.

Dal nostro primo incontro lui ha detto la verità su se stesso, ma una verità così incredibilmente inaccettabile che non ci ho creduto. 

Sono rimasta per più di dieci anni, spegnendomi giorno per giorno, allontanandomi dalle persone che mi volevano bene, perdendo i miei colori, i miei sorrisi, dimenticando me stessa, perché al primo posto ho sempre messo lui, il suo benessere, il tentativo di renderlo felice. 

La mia voce interiore urlava di dolore, chiedendomi di smetterla, di andare via, di lasciare l’uomo per il quale ero nulla, diventando, nel tempo, un fastidio assoluto, un peso di cui liberarsi.

La fanno facile le persone sane a dire “vattene”. Le donne che cadono in queste relazioni sono le “vittime” ideali, prescelte con cura dalla personalità manipolativa, un binomio in perfetto equilibrio.

La “non relazione” mi era evidente, eppure sono rimasta. 

Fortunatamente non tutte le relazioni tossiche hanno l’epilogo tragico di quella di Giulia, molte donne si salvano mentre altre ricadono ciclicamente.

Il deficit di autostima verso me stessa è stato il terreno fertile per l’incrocio con l’uomo “sbagliato”. Mi sono specchiata nel suo successo professionale, io che non ho potuto seguire le mie più profonde inclinazioni caratteriali, nella scelta di cosa avrei voluto fare/essere “da grande”. Hanno deciso i miei per me, sempre. Sono stata obbediente, un piccolo soldatino che ha completamente dimenticato chi fosse, cosa sognasse per sé. Ho fatto tutto bene, anche molto bene, laurea, master, ho vinto il concorso eppure nulla di tutto ciò per me aveva un valore profondo perché in completa dissonanza con chi ero. Se manca l’identità, se c’è uno scollamento così profondo all’interno della propria anima, il primo buco che si crea è l’autostima: non posso amare la persona che sono se non corrisponde a quella che volevo essere.

Un secondo aspetto che rende facile diventare preda è la paura. Colei che è abituata ad assecondare la volontà altrui non afferma la propria, anche quando è evidente che il comportamento, la manipolazione sono dolorose e tossiche. Paura di ciò che potrebbe accadere, paura di perdere il finto baluardo di luce, di esistenza. Paura di ribellarsi perché, all’epoca erano rimproveri, quando non direttamente botte.

La mancanza di un vero sogno per se stesse, perché da sempre le ali della fantasia sono state tarpate, e i sogni sono avvizziti come una pianta senza acqua. Quindi impariamo a vivere le vite degli altri, cercando di entrare nel loro flusso, illudendoci di fare parte di qualcosa.

Quando la situazione relazionale diventa pesante, quando la manipolazione si fa cruda, sempre più passivo aggressiva, non resta che congelarsi, non percepire più nulla, la vita scivola, il tempo passa, la gioia scolora negli occhi, i sorrisi non si presentano più.

Arriva sempre il giorno in cui lui ha una scelta migliore, sente frizzanti stimoli, attrazione fisica, passione, una nuova lei che lo inorgoglisce, una lei che gli serve a colmare uno degli innumerevoli vasi vuoti che contraddistinguono il suo tratto caratteriale, ed ecco che – scartandoti, nel dolore – inizialmente- più insopportabile, arriva – finalmente- la liberazione.

Ho imparato che al posto n. 1 ci sono io e nessun altro e che sia benedetto un sano egoismo.

Ho imparato che la solitudine è uno spazio meraviglioso che posso riempire con mille colori che vibrano in verità con quello che sono.

Non ho più paura di non sottostare a una regola se la trovo ingiusta, non ho paura di dire di no, perché finalmente so chi sono, ciò che desidero per me e non sono più disposta a ricevere di meno. 

Una rinuncia all’amore, alla relazione? Niente affatto! Abito il mondo con tutta me stessa, ci metto la faccia, il cuore e i sentimenti, se incrocerò un’anima affine sarà l’inizio di un percorso meraviglioso, in caso contrario:

“omnia mea meco” (in me c’è tutto ciò di cui ho bisogno). La frase preferita del vuoto simulacro al quale ho regalato troppi anni della mia vita.

P.

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Quanti insegnamenti in questi mesi, fiotti di vita che escono dalle vene come sangue, dapprima in grumi dolorosi, successivamente finalmente fuidi.

Nell’incespicare quotidiano in frammenti più o meno grandi di delusioni, fastidi, situazioni stantie appare chiara una sola cosa: farsi scivolare di dosso ogni granello di sporcizia per andare via liberi e leggeri.

Se è vero che “Tutto Scorre” che non ci si bagna due volte nella stessa acqua di fiume, lo stesso sia nella nostra incasinata vita. Non rifare gli stessi errori, non ricadere negli stessi schemi, in una parola imparare ad osservare ciò che ci accade con occhi e animo diverso.

Primo esercizio.

Evitare il crostello di protezione da tutto che poi, ogni difesa solida ha sempre il suo punto di rottura.

Secondo esercizio.

Ridere o almeno sforzarsi di sorridere dinnanzi a tutti gli inganni, dinnanzi a quelli che ti raccontano una realtà che è solo nella loro fantasia. Lo chiamo il distacco del saggio, che non è non avere interesse, semplicemente mantenere una sana e coraggiosa distanza.

Terzo esercizio.

Vivere. Assaporando gli attimi. Per sempre.

Ecco.

Paradita

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AI BORDI DELLE MIE STRADE

Ai bordi delle mie strade non ci sono fiori, nemmeno erbacce, quelle che sfidano la durezza dell’asfalto, impunite, e riescono a mettere radici in ogni dove. Il paesaggio urbano è solo urbano, con poca, pochissima natura. Anche i cani che incontro hanno perso la loro naturalezza, vanno in giro con l’impermeabile griffato in pendant con quello del padrone. Mi sembrano un po’ tristi pure loro, perché umanizzandosi, hanno ricevuto anche le nostre frustrazioni, insieme all’impermeabile.

Procedo per la mia via, rammento il tempo in cui, bimba, percorrevo questa stessa strada, ora d’asfalto, che un tempo fu campagna. Ricordo i papaveri, l’erba alta, i fiori di campo. Amavo percepire i colori cambiare con il progressivo entrare dell’estate sulla primavera e dell’autunno poi.

Dovremmo tutti avere la possibilità di regalarci del tempo, il tempo del ricordo.

La campagna emiliana ha riportato in vita mia nonna Lina. Quando la strada non conosceva l’asfalto, lei lavorava nel campo con le cugine, in quelle belle famiglie in cui si stava tutti insieme. Alla sera tornava a piedi nel suo appartamento, quello che mi ha lasciato e dove oggi vivo, aggiungendo una passeggiata alla lunga giornata nei campi.

Non ho memoria di avere mai visto mia nonna depressa, arrabbiata o triste. Da bambina, spesso, le chiedevo se fosse felice, se non le mancasse di visitare altre città, altri luoghi. Lei mi rispondeva sempre che era felice così, a tagliare i cespi di insalata, a falciare l’erba a preparare gli ortaggi da vendere al mercato.

E’ venuta con me e la mia famiglia anche in Iran, per stare con noi, ma si capiva benissimo che quello non era il suo posto. Le mancava troppo il profumo delle zolle dopo la pioggia, le chiacchiere con le cugine mentre mondavano il radicchio dall’erba per la vendita. Le mancava la sua vita, fatta di semplici cose vere.

Crescendo la osservavo invecchiare, il corpo un po’ piegato dagli anni trascorsi a portare pesanti cassette sulla schiena, a stare lunghe ore inginocchiata sul campo, il suo corpo era più inarcato ma lo spirito sempre cristallino, fiero.

Spesso, quando andavo a trovarla, mi raccontava i suoi sogni o degli spiriti che venivano a farle visita alla notte. Al mattino, prendeva il “Libro dei sogni”, interpretava il messaggio ricevuto e andava a giocare i numeri del lotto in latteria e, molto spesso, vinceva.

Nonna Natalina è la campagna, il profumo dell’erba, la rugiada del mattino, i suoi fantasmi amici e le mani bruciate dal sole ma cariche di vita.

Queste sono le mie radici. Ritrovo in me quei fili di erba, i fiori dei campi, la freschezza della brina e il respiro caldo della terra al sole di giugno.

Qualche volta ho smarrito la strada, perdendomi in luoghi che non mi appartenevano. Ma, come mia nonna sapeva fare, ho sentito le Mie voci che mi chiamavano, mi sono girata e ho ritrovato la strada di casa, della mia vera casa.

Paradita

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COSTELLAZIONE DI NARCISI

Ho abbassato lo sguardo, di passaggio nel giardino. Nell’erba poco curata, spuntano rigogliosi i trifogli.

Ripenso a come si è innescata la reazione a catena che dopo un tempo lunghissimo mi ha aperto gli occhi.

Esiste quell’istante nell’universo, nel susseguirsi degli eventi, in cui tutto coincide incastrandosi alla perfezione e fa sì che ciò che deve essere, sia.

All’improvviso tutto è chiaro agli occhi della mente.

E’ arrivato l’attimo perfetto e nulla è rimasto sospeso.

Non resta che imparare la grande lezione di vita.

Immagino tutto quello che ho perso, a cui ho rinunciato. Soprattutto il tempo regalato a chi non sapeva che farsene.

La maschera si è sbriciolata, mostra una deludente presenza. Occhi e mente brillanti nascondono solo un devastante senso di vuoto, un nulla senza alcun significato.

E’ ora di andare. La vita mi aspetta.

Paradita

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POLAROID DI NOVEMBRE

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Ho davanti agli occhi una parete giallognola, a tratti sbiadita, cesellata di finestre dal ritmo regolare. Non sono finestre qualunque, sono quelle del carcere di via Coroneo.

Respiro con più foga, cercando l’aria dentro la stanza chiusa della palestra, corro sul tappeto meccanico.

E’ quasi l’imbrunire, la luce diagonale del sole disegna giochi geometrici di luci ed ombre sulla facciata che ho di fronte.

Affronto la fatica dell’allenamento aerobico evitando di guardare le spie luminose della macchina, mi sembra che il tempo scorra più veloce e con esso la fatica, se distolgo la mente.

Guardo dinnanzi e incrocio lo sguardo con quello di un carcerato. Anche se siamo distanti, percepisco che lui osserva, come in un acquario, noi che corriamo sui tapis roulant.

Passa il suo tempo lì, lo vedo sempre. Una volta, d’estate, credo mi abbia salutato con la mano.

Penso che siamo entrambi in gabbia, lui per un reato, io per necessità.

A volte mi pare di poter toccare con mano i pensieri dei detenuti, l’anelito d’aria che i loro volti, le mani cercano al di fuori delle sbarre che li contengono.

Anche noi siamo molte volte prigionieri, quindi siamo simili.

Un gabbiano attraversa il cono di luce argentea che lambisce la finestra del mio carcerato, lui allunga la mano come a volerne toccare le ali candide.

E’ un’immagine meravigliosa e intensa.

Il tempo della corsa è finito, il detenuto lo vede e mentre scendo dal macchinario la sua sagoma sparisce nell’ombra della cella.

Paradita

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OMAGGIO A NADIA

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E’ l’argomento social di oggi, commentare la puntata delle Iene di ieri sera, 1 ottobre, dedicata al ricordo della scomparsa Nadia Toffa.

Non ho visto la trasmissione ma sono andata a scaricare il video del suo messaggio di saluto.

Toccante. Impressionante. Tenero. Vero.

Vedere la vita assottigliarsi sul volto della amata conduttrice che non ha mai perso la gioia di vivere e di combattere, mi hanno procurato sensazioni contrastanti.

Da un lato l’ovvia reazione di dispiacere, quel “perché” che sempre si para davanti agli occhi quando la malattia colpisce e, allo stesso tempo, meraviglia per la profondità del messaggio, per l’assenza di quella rabbia cieca per una sentenza ingiusta, assolutamente ingiusta.

La verità. Un concetto difficile da vivere nel nostro quotidiano, eppure, vivere in verità è quanto di più liberatorio esista. Ieri, guarda le coincidenze!, ho vissuto anche  io un momento di verità totale “costi quel che costi” che mi ha fatto stare davvero bene.

La paura ci mette dentro prigioni inespugnabili dove bisognerebbe avere il coraggio di non creare limiti inutili o “seghe mentali”.

Così facendo il saluto di Nadia risuona pieno e vibrante quel “Non importa quanto vivi ma come vivi“.

La qualità del nostro passaggio qui, è nelle nostre mani. Inutile nascondersi, fingere o demandare ad altri, persone, situazioni, la NOSTRA felicità.

La magia è vivere ADESSO. Iniziamo da subito.

Paradita

 

 

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PROFUMO DI MATITE

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Aprire gli occhi all’alba e trovarsi ancora immersi nella notte, mi stupisce sempre.

I ritmi di casa sono scanditi dalla regolarità di un metronomo, gli stessi movimenti ripetuti quotidianamente, come fossero una danza: il dito interrompe il trillo analogico della sveglia, i piedi si assicurano dimora nelle ciabatte, gli strusciamenti delle Gattonzole mentre preparo loro le ciotole con il cibo, l’aroma del caffè che si diffonde per casa, come a voler risvegliare ogni atomo presente.

Mi siedo dinnanzi alla tazza fumante e poso lo sguardo sulla finestra che ho di fronte, la mia quinta teatrale sulla giornata nascente.

Oggi la luce rosea tinteggiata dalle lingue biancastre di nubi distese come fossero lenzuola, ha tradito la data del calendario, promuovendo piuttosto richiami primaverili. L’autunno messo da parte.

La danza rituale procede sicura nei movimenti che riconosco come parte di me, arrivo al secondo caffè, quello meno goduto perché sorseggiato in fretta al bar, prima di dare inizio alla giornata lavorativa.

Pochi metri mi separano dalla bocca di metallo che legge il mio ingresso nel mondo produttivo, quando passo davanti al negozio di colori. A dispetto degli altri, apre al mattino presto, forse per rifornire gli studenti sbadati dell’istituto d’arte qui vicino.

Ogni mattina è la festa del mio immaginario.

Ad un certo punto, all’improvviso, le narici si inondano del profumo di legno delle matite e di ricordi dolci, quelli della prima fanciullezza, dei primi giorni di scuola dove il mondo è ancora tutto da scoprire e la vita da vivere.

Rammento il pennaiolo, in cui le matite di legno colorate erano ordinate su scala cromatica. Mi piaceva creare il mio arcobaleno ideale, era semplice fino a che restavo nelle sfumature dei pastello, i colori dell’alba e dell’imbrunire che tanto amo ancora, ma mi rimanevano in mano, quasi con fastidio, il grigio topo, il marrone e il nero. Non sapevo mai che farne.

“Perché sprecano colori con questi tre? Ho già la matita che è grigia e mi basta”.

Il mondo dell’immaginazione di allora voleva creare scenari irreali dove grigio, nero e marrone non comparissero ad inquinarne la luce.

Il profumo delle matite mi fa sempre questo effetto, torno voracemente indietro nel tempo.

Anche stamane ho salutato la mia bambina di allora, mentre era intenta a scegliere i colori della sua gioia, le ho sorriso mentre fermavo la mia vita nella bocca di metallo che ha inghiottito il badge di entrata.

Paradita

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ALBEGGIARE

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Stamattina, mentre guidavo nella luce dell’alba, sono rimasta incredula dinnanzi lo spettacolo offerto ai miei occhi, sfumature tenere di lilla, di acquerellato azzurro, tocchi di arancio appena sfumati, una tavolozza di colore che rendeva anche l’autostrada un tracciato interessante.

“Vivere è un dono eccezionale” , ho pensato mentre la luce delicata lambiva le retine arrivando al cervello con un suono dolce di quieta allegria.

Il risveglio è il momento del giorno che preferisco, posso sempre illudermi di vivere una giornata memorabile, anche se il più delle volte, non è così.

Le mani sul volante, la mente si è posata sulle note di un tango che custodisco in testa.

Il corpo diviene albero, le fronde risuonano corali al passaggio del vento, emettendo la loro melodia verde. Sto diventando tronco, quercia, radici solide, chioma aperta come un ombrello sulle intemperie.

Ripenso alla fatica, alla passione spese per imparare, nel tentativo di forgiare il metallo di un corpo che non sapeva essere flessuoso e di una mente incapace di lasciarsi andare.

Il vento sibila ancora tra le fronde giocando con le foglie, a volte festoso, a volte crudele, quando strappa i piccioli dai rami, costringendole all’ultimo beccheggio nell’aria.

Sono foglia pure io, mille volte caduta dal ramo, mille volte rinata. Sempre diversa, come un fiocco di neve.

Il tango suona la nota finale. Pausa. Sospensione. Il rosa dell’alba si satura di arancio e la giornata si accende.

Vedo le mani sul volante. Sono arrivata a casa.

Paradita

 

 

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La metafora dell’ippocastano

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Manca solo il viale alberato di ippocastani e sono a casa. Agosto sta volgendo al termine, così come questa strana estate.

Fino a pochi giorni fa, alla stessa ora, il sole era ancora ben visibile in cielo. Adesso, invece, è come se si stesse inchinando a far posto al delicato velo dell’imbrunire, una riverenza galante alla notte in arrivo.

Sono dentro il tunnel verde, la strada è sgombra, sono tutti ancora in vacanza, così posso godermi in solitudine il rientro. Le fronde mi sovrastano, ricchissime di foglie dove posso scorgere, abbondanti, anche i frutti, piccole sfere cariche di pungiglioni, custodi delle castagne.

Mi prende una gioia strana, perché, distratta dai miei pensieri, mai avevo realmente osservato la vita di questi alberi maestosi. Ho giocato sempre con le loro foglie cadute, saltando nei cumuli affastellati sul marciapiede, d’autunno, perché in questo viale c’è il liceo che ho frequentato da ragazza.

Oggi percepisco il mutare del verde che da una gradazione satura di smeraldo, sta volgendo a sfumature ocra, a partire dalle estremità.

Silente e piccola, alla base di questi tronchi immensi, mi si è parata davanti l’immensità della vita e dei suoi cicli.

Uno di quegli alberi sono io, adesso, nella mia maturità. Una fronda ricca, di un verde profondo che porta con sé i frutti maturati durante la primavera e l’estate. Le foglie nel loro ciclo conclusivo, i frutti ancora da maturare. Fusto e radici ben solide nel terreno.

Ho percorso tutto il viale con lo sguardo verso l’alto, ad ammirare tanta bellezza, il senso di esistere di questi alberi opulenti.

Ho sorriso a me stessa con gratitudine e grazia. Non temendo più l’ingiallire delle foglie.

Paradita

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SEI QUI

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Ricordo quella seduta di gruppo nella quale, dopo la lettura di un mio verbale, mi venisti vicino dicendomi “Ho una cosa da proporti” ed io, curiosa come non mai, aspettavo che l’incontro finisse per ascoltare quello che avevi da offrirmi.

“Scrivi per questo bimestrale, io lo faccio da anni. Alla redazione siamo tutti amici, è un bellissimo momento di scambio, tu potresti farne parte”. Mi scrutasti con i tuoi occhi di ghiaccio caldo, il volto segnato da solchi profondi che raccontavano di una vita spesa al limite.

Ti ho guardato basita, emozionata per una proposta che non pensavo di meritare, scrivere per una rivista, un onore per me, la realizzazione di un sogno.

“Perché io?” ti chiesi, mi rispondesti nel tuo modo schietto “mi piacciono i tuoi verbali, voglio leggere altre cose tue”. Arrossii.

Arrivò il giorno in cui mi comunicasti l’argomento su cui lavorare.

Ricordo che al primo articolo non centrai il bersaglio, nel senso che non scrissi di me, lo feci in terza persona e non era questo il modo giusto. Con il tuo fare diretto mi dicesti di riprovarci. Lo feci con l’idea che, probabilmente, non ci avrei azzeccato nemmeno questa volta, ma non andò così.

Il pezzo piacque alla redazione che mi diede il più caloroso benvenuto pubblicandolo in prima pagina.

Sei venuto da me per dirmelo con uno sguardo così espressivo da far sembrare impossibile che un’iride tanto trasparente potesse farsi fiamma. Ma non erano i tuoi occhi a bruciare, eri tu, il fuoco, il caos, la vibrazione incontrollata, il pensiero. Un uomo straordinario che non sapeva di esserlo.

Sono stati mesi dolci di parole, di immagini da raccontare, di incontri estivi di redazione nel giardino o nella piazzetta della Città Vecchia, tutti insieme, legati da vite dai colori tanto diversi ma accomunate da un filo invisibile di fragilità, di umanità.

Ho continuato con gli articoli, sono uscita dal buco nero in cui stavo quando ci siamo incontrati. Le parole sono diventate più morbide, la luce più delicata, soffusa.

Scrivo anche adesso perché te lo devo, perché con quella tua domanda di un anno fa, mi hai regalato una gioia che mi era lontana.

Le tue parole mi mancano, mancano a tutti noi.

Anche ora, in questo preciso momento, è come se mi fossi accanto e leggessi insieme a me questo nostro ricordo, vedo le tue mani consumate in eterno movimento, la tua pelle incisa dal tempo, percepisco quel tuo odore di sigaretta che ti accompagnava sempre.

Ci sei ancora. Tornano le tue parole e le tue risate.

Le mani tremanti dall’emozione quando non ti sentivi abbastanza e arrossivi dall’imbarazzo quando ti facevo i complimenti per quanto scrivevi. Mi guardavi paonazzo, per un attimo senza parole e poi scoppiavamo a ridere insieme.

Sono stati momenti, ma la vita vive dentro a questi attimi e lì incide ricordi e emozioni che resteranno per sempre.

Sei qui, nella trama ancora da scrivere, nelle parole ancora da dire, sei qui.

Paradita

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